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Writer Officina Blog
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Erri De Luca. Nato a Napoli nel 1950, ha scritto narrativa,
teatro, traduzioni, poesia. Il nome, Erri, è la versione italiana
di Harry, il nome dello zio. Il suo primo romanzo, Non ora, non
qui, è stato pubblicato in Italia nel 1989. I suoi libri
sono stati tradotti in oltre 30 lingue. Autodidatta in inglese, francese,
swahili, russo, yiddish e ebraico antico, ha tradotto con metodo letterale
alcune parti dellAntico Testamento. Vive nella campagna romana dove
ha piantato e continua a piantare alberi. Il suo ultimo libro è "A
grandezza naturale", edito da Feltrinelli. |

Patrizia Rinaldi si è laureata in Filosofia all'Università
di Napoli Federico II e ha seguito un corso di specializzazione di scrittura
teatrale. Vive a Napoli, dove scrive e si occupa della formazione dei ragazzi
grazie ai laboratori di lettura e scrittura, insieme ad Associazioni Onlus
operanti nei quartieri cosiddetti "a rischio". Dopo la pubblicazione
dei romanzi "Ma già prima di giugno" e "La
figlia maschio" è tornata a raccontare la storia
di "Blanca", una poliziotta ipovedente da cui è
stata tratta una fiction televisiva in sei puntate, che andrà in
onda su RAI 1 alla fine di novembre. |

Gabriella Genisi è nata nel 1965. Dal 2010 al 2020,
racconta le avventure di Lolita Lobosco. La protagonista è
unaffascinante commissario donna. Nel 2020, il personaggio da lei
creato, ovvero Lolita Lobosco, prende vita e si trasferisce dalla
carta al piccolo schermo. In quellanno iniziano infatti le riprese
per la realizzazione di una serie tv che si ispira proprio al suo racconto,
prodotta da Luca Zingaretti, che per anni ha vestito a sua volta proprio
i panni del Commissario Montalbano. Ad interpretare Lolita, sarà
invece lattrice e moglie proprio di Zingaretti, Luisa Ranieri. |
Altre interviste su Writer
Officina Magazine
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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K - alle porte del destino
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1906. Parigi. Ma tutti la chiamavano ville lumiere, allora. Se quella città era fatta di luci era fatta almeno altrettanto di ombre. Se ne era accorto ben presto, lui, arrivando in quella metropoli distante ventisei ore di treno dalla sua città natale, Livorno, e soprattutto così nettamente priva del mare che tanto amava, che l'acqua dolce d'un fiume non è consolazione adeguata a chi cerchi il salmastro dell'alba, e i gabbiani. Appena sceso dalla carrozza ferroviaria puzzolente e scomoda dove aveva viaggiato per più di un giorno intero, poteva sentir dolere ciascuna delle singole ossa che aveva in corpo, compresse e sballottate per tutta la notte tra il legno rigido dei seggiolini di terza classe e le placche di ferro dei gradini sui quali si era preparato e poi fumato decine di sigarette. Quella città che gli spalancava le porte sarebbe stato un punto di svolta per la sua carriera, ne era certo, se non un vero e proprio approdo per la sua arte, finalmente, proprio come gli approdi delle imbarcazioni in legno dei pescherecci che vedeva da piccolo dalla terrazza di casa. La sua arte. Ecco il solo e unico motivo per cui si trovava lì, di più, l'unico motivo per cui era convinto di essere venuto al mondo in un giorno di luglio, da quei genitori ebrei sefarditi che abitavano il mondo come fosse un giardino di casa. Quel girovagare da zingaro, lui, lo portava nel sangue. Aveva lontano sangue iberico, e sangue francese, ma le sue radici erano da tempo in quella città di mare da cui era partito ragazzo e che non aveva mai più scordato. Gli sembrava che l'acqua, dolce o salata, fosse stato il filo incostante di tutti i suoi spostamenti: dapprima dell'Arno a Firenze, poi i canali a Venezia, e adesso tra i flutti della Senna francese. Un giorno, chissà, avrebbe raggiunto magari i due mari di Costantinopoli, che il canale del Bosforo univa, nel suo pigro allungarsi tra le terre dell'Asia e d'Europa. I viaggi si divertiva a sognarli, viaggiatore squattrinato com'era, che inventa le rotte, e inganna i chilometri col pensiero. Era come se quell'acqua gli scorresse nelle vene, quelle vene in cui lui faceva scorrere volentieri ben altro, preferendogli il vino e l'ebrezza. Eppure, era anche da lì, dalle onde inarcate, che sentiva di trarre ispirazione per le linee morbide dei suoi visi, linee allungate come fa la marea, pennellate sottili per le sopracciglia, che dipingeva come un rivolo esile, sopra le bocche increspate delle donne ritratte. Lui era questo, cagionevole di salute ma determinato a lasciare il suo segno, non solo nella pietra e nella tela, ma nella vita che voleva plasmare come fosse una sua creatura. Fiero e indomabile in questo, sentiva il suo tempo scorrergli tra le mani come cosa minuta, e le cose più grandi erano invece ancora tutte da fare: niente tempo da perdere, niente vezzi o fesserie da arricchito, a lui interessava l'arte come forma del vivere. Un giorno sarebbe stato qualcuno, santo cielo, o almeno ci avrebbe provato. L'inizio a Parigi era stato un po' claudicante, è vero, aveva trovato alloggio in uno stabile molto modesto, in un quartiere che stava sorgendo, ai bordi della collina di Montmartre. Quella casa era stata un vecchio laboratorio di pianoforti prima che lui arrivasse, oggi era una sorta di dedalo di corridoi e piccoli appartamenti che se da un lato avevano il difetto di essere freddi o caldi all'inverosimile in base alla stagione, dall'altra parte avevano il pregio di essere economici. Non si curava di quello, anche se avrebbe dovuto, e se lo avesse fatto non avrebbe accettato di vivere in quell'umidità così malsana per il suo corpo tubercolotico. Lui si curava soltanto dell'arte, e degli uomini, si occupava di costruire uno scrigno per sé, sicuro quel tanto da garantirgli la vita, di poter creare e lasciare al futuro le sue opere, tallonato dalla corsa estenuante di una salute che sentiva troppo cagionevole. Nessuno l'avrebbe mai detto, visto come avvampava di vita e passione, di ira e di botte, in quelle notti parigine alla ricerca spasmodica di una traccia di sé, ma lui sentiva il tempo sfuggirgli da sotto i piedi e invece di rassegnarsene aveva segretamente deciso di rilanciare di contro, come si fa in certe mani di carte in cui la sorte non ha distribuito figure buone ma solo mezzi punti. Lui aveva imparato a bluffare la vita, fino a non saper più distinguere la sua parte, e il suo ruolo. E con sé ingannava anche le tante altre, attratte fatalmente da quella sua prestanza fisica di uomo e da quella sua dolcezza di fondo quasi femminile, nei momenti di calma. Quanto tempo gli rimaneva? Non lo poteva sapere ma le sabbie del tempo scorrevano davvero veloci e non avrebbe fatto in tempo a festeggiare i suoi quarant'anni, prima di conoscere il peso della terra più lieve. Si era però dato una regola, ben sapendo che, come tutti gli intendimenti migliori, probabilmente non avrebbe rispettato fino in fondo, ma che importava alla fine? Dipingere ogni giorno, almeno un tratto, almeno un dettaglio, almeno una linea. Nulla die sine linea, diceva un motto latino che aveva adorato fino al punto di scriverlo a traccia nera sullo stipite della stanza in cui si ritirava a dormire, dopo notti infinite. Neanche un giorno senza tracciare una linea. Neanche un giorno sprecato. In fondo nient'altro riempiva le sue giornate e i suoi vuoti come il vigore di quelle pennellate, dei colori mischiati. Neanche un giorno senza tracciare una linea. Questo doveva aver pensato lui, a Parigi, nel 1906. Aveva 22 anni. Si chiamava Amedeo Modigliani.
Ero uscito dallo studio di Stefàn letteralmente sconvolto. Un Modigliani originale, e inedito. A casa mia. Tutto questo aveva davvero dell'assurdo. Gli avevo chiesto se non potesse trattarsi solo di una copia, di un falso, magari abilmente riprodotto, ma Stefàn su questo era parso irremovibile. Pur ammettendo che sarebbe stato necessario uno studio più approfondito, non mostrò alcun dubbio sul fatto che quel ritratto fosse stato eseguito da Modigliani stesso, probabilmente intorno ai primi anni del secolo scorso, nel suo periodo parigino. Mi fece notare alcune modalità del tratto, la scelta del colore, ma anche aspetti più tecnici e meno immediatamente comprensibili, come il calibro della firma o l'utilizzo di certi pastelli non più in commercio, basati su processi di creazione oggi non più realizzabili. Aveva comprensibilmente continuato a chiedermi come avessi avuto quel quadro, ed io avevo continuato a ripetergli la verità, e cioè che lo avevo ricevuto senza saperne nulla. Assolutamente nulla. Fatto sta che mi trovavo tra le mani un'opera a quanto pare inedita e dal valore pressoché inestimabile. Stefàn non aveva tutti i torti, avrei dovuto prendere delle precauzioni prima di tenere serenamente in casa quell'opera, e soprattutto avrei dovuto capire da dove provenisse esattamente, per poterne denunciare l'eventuale possesso. Per opere di quel calibro che apparivano sul mercato dal nulla si tendeva sempre a vedere l'ombra della malavita e del traffico di opere d'arte, tanto che fu la mia prima ipotesi. Perché era stato inviato proprio a me? Inizialmente avevo pensato si fosse trattato di un errore, ma non c'era alcun dubbio che l'indirizzo fosse il mio, chi lo aveva spedito voleva quel quadro arrivasse esattamente a me. E con l'opera avevo ricevuto anche gli elementi che gli stavano a corollario: un giornale turco del 1926, la lettera K sulla busta come unica vaga traccia del mittente, la breve telefonata del sedicente Said che mi diceva di attendere istruzioni. Era solo su questi elementi che avrei potuto lavorare, se volevo capire come un Modigliani inedito mi fosse piombato in casa tramite un corriere in una mattinata qualunque. Quando misi piede fuori dal portone, con il quadro di nuovo ben avvolto nel suo telo anonimo, l'aria fredda mi riportò definitivamente alla realtà, e fu in quel punto che mi tornò per un attimo in mente che c'era qualcos'altro su cui avrei dovuto concentrare la mia attenzione. Ed era il sogno della notte precedente. Quella stessa notte, cioè solo poche ore prima di ricevere il quadro, avevo sognato esattamente quello che poi era in qualche modo accaduto: compravo un quadro di Modigliani direttamente dall'artista, che ora riconoscevo in quel ragazzone scapigliato, in una via di Venezia. E non solo, ma la compravendita avveniva in una via di cui, incredibilmente, a distanza di alcune ore, riuscivo ancora a ricordare il nome... Un nome evocativo: Calle de le turchette. Fu a quel punto che mi sovvenne, cercando di catturare con uno sforzo l'ultima eco del sogno che stava sublimando, che in quella stradina del quadro non avevo guardato il fronte della tela, ma bensì il retro. Era evidente che quel ricordo non poteva avere alcuna valenza rispetto alla realtà, eppure...in fondo tentare non costava nulla, e poi in effetti non avevo compiuto nessuna ispezione del retro di quella tela incorniciata, preso come ero stato dal cercare di carpirne l'origine. Era stato Stefàn a notare che sul retro stava una scritta, che si affrettò a definire postuma, e quindi non di suo interesse specifico. Lui non ne parlò più, preso com'era dalla questione dell'autenticità dell'opera, e io che pendevo dalle sue labbra me ne scordai. Ma adesso quella notazione mi pareva invece centrale. Feci il percorso verso casa con questo pensiero in mente, impaziente di arrivare per poter finalmente vedere coi miei occhi la scritta postuma a cui Stefàn aveva fatto fugacemente riferimento, e che io nella fretta non avevo notato. Entrai e immediatamente presi in mano il quadro che liberai dalla sua veste. La cornice che lo proteggeva non lo avvolgeva solo al perimetro, ma costituiva una vera e propria sorta di involucro che lo avvolgeva integralmente, anche sul retro, dove una placca di legno chiudeva la cornice in un pezzo unico. Sembrava che l'intero bordo fosse stato per così dire cesellato intorno a quella tela in una sorta di pezzo unico, che non lasciava intravedere intramezzi, fessure o modalità di apertura di alcun genere. Per contro sulla placca stessa, esattamente sul retro della tela, c'era effettivamente una traccia, scritta in un corsivo minuscolo dal tratto nervoso e fitto. In realtà definirla traccia sarebbe stato errato, perché nonostante la cosa non fosse immediatamente intuibile, come constatai a breve si trattava di qualcosa di più preciso. Benché la lingua non mi fosse conosciuta, ed il fatto che esistesse davvero era tutta da verificare, si trattava dell'indirizzo di una città. Un indirizzo denso di caratteri e di accenti. Il motivo per cui non mi fu affatto facile riconoscerlo come tale, era dovuto al fatto che non solo non si trattava di un indirizzo secondo lo standard del mio paese, ma si basava su una lingua straniera per me incomprensibile. Mi ci volle poco a capire che la mia intuizione era corretta, giusto il tempo di inserire i dati, nell'esatta forma in cui erano riportati, in un noto programma di navigazione satellitare. Il mappamondo virtuale ruotò su stesso di circa un terzo, prima di iniziare a zoomare verso il risultato finale che evidentemente doveva corrispondere alla mia destinazione. Non fui affatto sorpreso, visti gli indizi che avevo scovato in precedenza, quando il cursore e l'immagine satellitare si fermarono su di una remota via del centro di Istanbul. Dietro quel quadro, esattamente alle spalle della tela su cui ci eravamo giustamente concentrati, come spesso accade alle cose che sono lì e non riusciamo vedere, stava dunque forse l'elemento più importante tra quei pochi che avevo a disposizione. Il più concreto. Istanbul. Turchia. E lì, attingendo ai miei ricordi sommersi nelle nebbie dell'onirico che avevo nel frattempo reso razionali, realizzai che l'acquisto del quadro, nella Venezia del mio sogno, era avvenuto proprio in una strada il cui nome adesso assumeva una valenza sorprendente: Calle de le turchette. Fu come se d'improvviso si fosse accesa una luce d'accecante evidenza, senza controllo cominciarono a tremarmi le mani, e appoggiai il quadro che adesso sapevo prezioso, sul divano, per il timore fondato di farlo cadere. Come era stato possibile tutto ciò? Mi misi a sedere accanto al quadro appoggiando la testa alle mani, nello sforzo di trattenere i pensieri e dare loro un ordine solido. La coincidenza era decisamente improbabile, e fu proprio questo ad inquietarmi maggiormente. Non era possibile che, per un puro caso, si inanellassero così tanti elementi legati tra loro: Modigliani che in un sogno mi vende un suo quadro che poi ricevo davvero. Nel silenzio della casa vuota cercai di calmare la mente, fare silenzio, e disporre gli eventi, con calma, in un ordine utile. Primo. La sera precedente avevo visto un documentario sulla vita di Modigliani, e a pensarci adesso quel documentario non era andato in onda in, ma ero io che lo avevo scaricato di proposito da una nota piattaforma di streaming, e non perché ne conoscessi l'esistenza, si trattava di uno speciale piuttosto datato, ma solo perché nel pomeriggio avevo ricevuto un messaggio pubblicitario dalla piattaforma, che mi invitava a guardare proprio quel contenuto, preannunciando grandi ed inedite rivelazioni, che poi in realtà non c'erano state. Un lancio pubblicitario mirato, con tanto di messaggi mirati agli utenti, per un contenuto ormai risalente a diversi anni prima. Secondo: Avevo sognato di incontrare a Venezia proprio Modigliani. Non un pittore generico, non un Picasso, ma proprio lui. Certo, il sogno poteva essere stato influenzato dal documentario, ma in quel sogno c'erano troppi altri elementi di scarsa comprensibilità. A Venezia, città dove Modigliani aveva brevemente vissuto a inizio secolo, come avevo appreso nello speciale, era avvenuto non solo il mio incontro con lui, ma soprattutto l'acquisto di una sua opera. Inspiegabilmente e contro ogni logica, il mattino seguente un Modigliani, a quanto pare, autentico, mi veniva realmente recapitato a casa come se lo avessi acquistato, e pagato. Ma senza che io ricordassi quando. Terzo, quell'acquisto avveniva in una piccola stradina di Venezia, appunto Calle de le turchette, una via in cui ero certo di non aver mai messo piede, non almeno avendone cognizione diretta. Una viuzza anonima, non turistica, il cui nome non mi sbloccava alcun ricordo, e che ero certo non fosse mai stata nominata nel documentario. E allora come avevo potuto sognarla con tanta esattezza, tanto da ricordarne distintamente il nome? Per puro scrupolo riguardai la parte del video dedicata al suo periodo a Venezia: niente, nessuna via, strada, calle o fondamenta era stata nominata nello specifico. In più, il nome stesso di quella via avevano direttamente a che fare con la presunta provenienza del quadro che avevo ricevuto. Il che rappresentava un ulteriore mistero: perché un'opera di Modigliani si sarebbe mai dovuta trovare in Turchia? A quanto ne sapevo il pittore non ci aveva mai messo piede, durante la sua vita. Quarto e ultimo punto che richiedeva una spiegazione era che nel sogno, come ricordavo distintamente, una volta avuto il quadro non mi ero soffermato sul soggetto rappresentato sulla tela, tant'è che non ne avevo alcun ricordo e non avrei potuto dire se il quadro fosse lo stesso, ma mi ero concentrato da subito sul retro della tela stessa. E quando avevo fatto lo stesso nella realtà, vi avevo scovato quell'indirizzo di Istanbul. Ero letteralmente sconvolto. Com'era possibile che tutti quei fattori apparentemente slegati e irreali, si fossero palesati e si collegassero tra di loro fino a formare una sorta di trama? Con un ultimo ulteriore sforzo, provai a non perdere calma e lucidità e passare al vaglio i fattori in ordine di apparizione. Tutto era iniziato con quel messaggio, che andai affannosamente a ricercare, ma senza successo. Mi era infatti stato inviato tramite un'applicazione che conserva i messaggi a fini di marketing solo per poche ore, e sfortunatamente non ricordavo chi ne fosse il mittente. Niente prove, dunque, se non quelle impresse nella mia memoria, di cui ero certissimo. Avevo guardato quel documentario su segnalazione diretta, poi, la notte stessa, avevo sognato Modigliani in quella stradina a vendermi un quadro. A quel punto tornai al cellulare, ingrandendo l'immagine, si trattava di una piccola via secondaria che originava da un ponte e si univa poi ad una via di maggior passaggio. Una stradina piccolissima, insomma, assolutamente secondaria nella trama di geometrie che compone Venezia, ma esattamente identica a come la ricordavo dal sogno. Di più, ero convinto di averla già vista di recente, oltre al sogno, ma non visitavo Venezia da molti anni, se non per fugaci visite che si erano limitate ad aeroporto, albergo e convegni. Eppure...cercai di ricordare meglio, perché a quel punto ne ero certo, avevo visto quella via di recente, né conservavo l'immagine, ed ero certo che non provenisse dal sogno. D'altronde, se non l'avessi mai vista, come avrei potuto segnarla con le sue fattezze reali? Il classico cane che si morde la coda. Mentre vagavo disordinatamente in giro per la casa, posai lo sguardo su di un dépliant pubblicitario che avevo trovato qualche giorno prima nella cassetta della posta e avevo posato sul mobile d'ingresso senza più pensarci, dimenticandone completamente l'esistenza. Rappresentava diversi scorci di città italiane, era la pubblicità di una nuova agenzia di viaggi che stavano per inaugurare nel mio quartiere. Mi alzai di scatto e afferrai il foglietto lucido: una delle immagini più in evidenza, a metà del foglio, proprio sotto il logo dell'agenzia, era proprio quella viuzza veneziana, con tanto di targa col nome della via in bella evidenza: Calle de le turchette. Avevo avuto quell'immagine sotto agli occhi da giorni, a ogni rientro a casa, senza accorgermene minimamente. Avevo letto di una disciplina, a cavallo tra psicologia e illusionismo chiamata mentalismo, si basava sul principio che la nostra mente sia in grado di recepire messaggi anche a livello inconscio, e di rielaborarli in un secondo momento in varie forme, tra cui l'intuizione od i sogni, come il mio. Mi chiesi se quello che avevo sognato era davvero casuale, o ero stato in qualche modo indotto a sognare proprio quella via. E se così fosse stato, a quale scopo? E da chi? Ma la cosa più assurda rimaneva che io avessi ricevuto un quadro originale ed inedito, almeno fino a prova contraria, di Modigliani, un'opera di quel calibro di certo non si compra normalmente online... Possibile che non ci fosse la seppur minima traccia di questo acquisto? Chi aveva fornito a questo K il mio indirizzo, il mio nominativo, e soprattutto il mio assenso? Per un attimo pensai di soffrire di amnesie, e per quanto possa sembrare ridicolo, nel contesto generale di una vicenda che sembrava assurda di per sé, mi costrinsi ad aprire la mail filtrando la posta in arrivo e quella inviata nell'ultimo mese, alla ricerca di un eventuale contatto di cui non dovessi aver mantenuto memoria. Stavo per richiudere l'applicazione quando tra fatture di utenze e abbonamenti a riviste che puntualmente non avrei letto, pensai di dare un'occhiata fugace anche alla cartella dello spam. Solo un inutile scrupolo, forse, ma meglio non lasciare nulla di intentato. Qualche mail di fornitori di fibra ottica, sedicenti vincite a improbabili lotterie australiane e, in mezzo a quella babele di idiozie, una mail che aveva per oggetto Opera pittorica del ‘900 – ricevuta d'ordine. Più stupito che curioso mi decisi ad aprirla. Nel testo, datato a soli tre giorni prima, si diceva che l'opera fosse stata recapitata a seguito dell'intermediazione di parte terza e che sarebbe stata inviata al mio indirizzo come da richiesta della parte esecutrice del lascito, con tanto di regolare bolla di accompagnamento e cedola assicurativa di carattere internazionale. Tutto sembrava perfettamente coerente con quanto era poi di fatto accaduto, a partire dalla descrizione dell'opera dal titolo Ritratto di giovane inglese a Parigi – A. Modigliani. Nero su bianco. In allegato seguiva un verbale di autenticità a firma di una nota casa d'aste, con tanto di certificato NFT: il certificato digitale di unicità che attesta la veridicità dell'opera. Dire che rimasi stupito non assomiglia neanche lontanamente alla sensazione di straniamento che provavo, mi sentivo colpevole, come avevo potuto scordare ciò che era avvenuto, e di cui quella mail pareva una traccia? Poi subentrò come un lampo il pensiero del costo, se davvero una transazione c'era stata, il saldo finale non era riportato come da volontà del mandante: K. K, ancora quella lettera, la stessa che avevo trovato sul plico nella posizione del mittente. Di cosa o di chi si trattava? Una casa d'aste? Un fondo di investimento? L'iniziale di un privato magnate che intendeva rimanere anonimo? E in quel caso perché aveva deciso di regalare proprio a me un'opera di quel valore? Senza peraltro accompagnarla con uno straccio di messaggio o comunicazione. Tranne quella brevissima telefonata, che si era conclusa con l'indicazione di attendere delle non meglio precisate istruzioni. K. Inutile pensare di poter svolgere una ricerca in rete su un elemento così vago come quello. Una sola lettera, figuriamoci! Ma la domanda che mi balenava era più tecnica, a quanto pareva di capire questa fantomatica K aveva acquistato l'opera per mio conto o, meglio, l'aveva acquistata al posto mio! Fermo restando che le mie disponibilità finanziarie non mi avrebbero certo permesso un acquisto simile, ebbi rapidamente conferma che non si era registrato alcun movimento anomalo sul mio conto corrente. Qualcuno aveva acquistato il quadro, o lo aveva ottenuto da un lascito, il fatto certo era che quel ritratto di una giovane inglese a Parigi era stato spedito proprio a me. A che titolo, e per quale motivo, rimaneva per me un mistero fittissimo. |
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