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Writer Officina Blog
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Erri De Luca. Nato a Napoli nel 1950, ha scritto narrativa,
teatro, traduzioni, poesia. Il nome, Erri, è la versione italiana
di Harry, il nome dello zio. Il suo primo romanzo, Non ora, non
qui, è stato pubblicato in Italia nel 1989. I suoi libri
sono stati tradotti in oltre 30 lingue. Autodidatta in inglese, francese,
swahili, russo, yiddish e ebraico antico, ha tradotto con metodo letterale
alcune parti dellAntico Testamento. Vive nella campagna romana dove
ha piantato e continua a piantare alberi. Il suo ultimo libro è "A
grandezza naturale", edito da Feltrinelli. |

Patrizia Rinaldi si è laureata in Filosofia all'Università
di Napoli Federico II e ha seguito un corso di specializzazione di scrittura
teatrale. Vive a Napoli, dove scrive e si occupa della formazione dei ragazzi
grazie ai laboratori di lettura e scrittura, insieme ad Associazioni Onlus
operanti nei quartieri cosiddetti "a rischio". Dopo la pubblicazione
dei romanzi "Ma già prima di giugno" e "La
figlia maschio" è tornata a raccontare la storia
di "Blanca", una poliziotta ipovedente da cui è
stata tratta una fiction televisiva in sei puntate, che andrà in
onda su RAI 1 alla fine di novembre. |

Gabriella Genisi è nata nel 1965. Dal 2010 al 2020,
racconta le avventure di Lolita Lobosco. La protagonista è
unaffascinante commissario donna. Nel 2020, il personaggio da lei
creato, ovvero Lolita Lobosco, prende vita e si trasferisce dalla
carta al piccolo schermo. In quellanno iniziano infatti le riprese
per la realizzazione di una serie tv che si ispira proprio al suo racconto,
prodotta da Luca Zingaretti, che per anni ha vestito a sua volta proprio
i panni del Commissario Montalbano. Ad interpretare Lolita, sarà
invece lattrice e moglie proprio di Zingaretti, Luisa Ranieri. |
Altre interviste su Writer
Officina Magazine
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Manuale di pubblicazione Amazon KDP. Sempre più autori
emergenti decidono di pubblicarse il proprio libro in Self su Amazon KDP,
ma spesso vengono intimoriti dalle possibili complicazioni tecniche. Questo
articolo offre una spiegazione semplice e dettagliata delle procedure da
seguire e permette il download di alcun file di esempio, sia per il testo
già formattato che per la copertina. |

Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto
di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da
un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici,
dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere
derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie
capacità senza la necessità di un partner, identificato nella
figura di un Editore. |

Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori,
arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel
DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti
di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli
della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle
favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia. |
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- Carino, vero? - le disse Patty facendole l'occhiolino ammiccante, mentre lavoravano spalla a spalla, senza fiato. Era una serata pienissima, merito del game dei Giants che si disputava a pochi passi dal fast food in cui lavoravano a China Basin. Patty si riferiva ad Alexander, cognome Pearson o meglio Alex, come diceva che tutti lo chiamavano, il nuovo ragazzo arrivato la settimana prima. In effetti Alex era un ragazzo che si notava. Molto alto, muscoloso, dall'aria un po' nerd, capelli spettinati scuri e pizzetto intrigante. Aveva un sorriso candido e un'aria sfrontata. Era appena entrato nel loro spazio di manovra e Patty non gli toglieva gli occhi di dosso. - Non guardarlo così - le disse Stella. Risero. Lui si girò e le guardò sorridendo a sua volta. Le risate sono contagiose, anche se non sapeva certamente di esserne causa. Il lavoro si fece via via più intenso e non ebbero più tempo di scambiare neanche una parola. Era ormai passata la mezzanotte che finalmente Stella poté lasciare il locale, sebbene ci fosse ancora molto movimento, era giunto il termine del suo turno e pertanto poté tirare un sospiro di sollievo. Respirò l'aria esterna e rabbrividì, avvolgendosi ancora di più nel suo golfino: San Francisco nelle mezze stagioni aveva un clima piuttosto fresco, soprattutto durante la notte. Inoltre dopo essere stata per ore a contatto con le piastre roventi per la cottura degli hamburger, sentire l'aria pulita muoversi intorno a lei le sembrava un miracolo. Prese la bicicletta e si diresse rapidamente verso casa. Aveva la fortuna di abitare su Brannan street, a poca distanza dall'Oracle Stadium, in una zona bellissima della città. Ovviamente non avrebbe mai potuto abitare a ridosso della baia, se non fosse stata da sua zia. Allie, cugina della madre, una bella donna di 60 anni ancora molto giovanile, era rimasta vedova cinque anni prima ed era tornata a San Francisco dal New Jersey dove si era trasferita anni addietro. Non aveva mai sentito il Golden State casa sua. Era lì, in quella fresca baia, che aveva lasciato il cuore, e pertanto, lì tornò a stabilirsi definitivamente. Fortunatamente aveva mantenuto in buono stato il suo immobile, anche grazie alla riscossione di affitti astronomici. Possedeva una casa in vecchio stile Queen Anne che aveva suddiviso in due piani separati, di cui una parte di quello al piano terra attualmente lo aveva ceduto in affitto a due ragazzi lavoratori. Da quando San Francisco era diventata la capitale del tech, un appartamento in zona valeva oro. Stella invece era orfana dei genitori, persi in un'incidente d'auto all'età di 13 anni. Inizialmente finì in una casa famiglia, un'esperienza non così terribile come si potrebbe pensare, grazie agli operatori amorevoli che li curavano e anche a suoi compagni, sì sfortunati, ma che si dimostrarono accoglienti, nonostante tutto. Piuttosto il problema fu superare lo choc e adattarsi ad una vita completamente diversa, nuova, piena di interrogativi. Cercò di tenere duro, la sua idea era uscirne alla maggiore età, certo non sarebbe stato facile. Per fortuna la sua fuga dalla realtà erano i libri. Si buttò a capofitto nello studio, una possibilità che le davano era studiare, e non si fece scappare l'occasione. Zia Allie la venne a cercare quando ormai erano trascorsi quasi tre anni dalla morte dei genitori. Era dispiaciuta di non averla potuta aiutare, ma d'altronde cosa avrebbe potuto fare da migliaia di chilometri di distanza? Il marito, disse, non voleva saperne di prendere estranei in casa, men che meno un'adolescente, pertanto, con dispiacere, l'aveva lasciata al suo destino. Neanche si conoscevano più di tanto, si erano viste poche volte, ma la zia chiese l'affido e la portò a casa con sé. A Stella non sembrò vero. Aveva di nuovo una casa e una stanza sua, ma soprattutto aveva una famiglia. Il giorno dopo si alzò al mattino presto, era indietro con lo studio, era indietro con tutto. Al fast food nelle ultime due settimane le avevano chiesto alcuni straordinari, e pertanto organizzarsi stava diventando davvero complicato. Nonostante non avesse molto tempo si mise di buona volontà sul tomo alto cinque centimetri che doveva memorizzare per il successivo esame. Alle 12 era di nuovo al fast food. La giornata era più tranquilla della precedente e mezzo turno scivolò via. Alla sua pausa uscì fuori sul retro. Anche Alex era di turno quel giorno e con il suo stesso orario, si avvicinò per fare due chiacchiere con lei. Si sedettero sul marciapiede chiacchierando del più e del meno, del tempo, dei Giants. Lui allontanò un attimo e le portò un gelato alla vaniglia, ne aveva voglia e lo prese anche per lei. La fece sorridere, accettò volentieri, faceva caldo e in fondo era il suo preferito. Quel ragazzo la incuriosiva. Aveva dei modi molto gentili, era sempre ben vestito, stile militare a volte o stile surfer, ma sempre perfetto. Sembrava uscito da una rivista. Tante volte si sorprendeva a pensarci, non capiva come si trovasse in quel fast food, sembrava avere buoni attributi. Cogliendo l'occasione glielo chiese. Lui la guardò sorpreso, poi le disse che aveva perso il lavoro in ambito informatico il mese precedente. Aveva ovviamente presentato i suoi curriculum altrove, in quella zona sperava non fosse un problema ricollocarsi, ma nel mentre doveva pur vivere, pertanto aveva accettato la prima cosa capitata a tiro. Lei lo guardava, certo lo ascoltava, ma non poteva ignorare quel suo modo di fare, era così dannatamente virile! Stava fissando la sua giugulare che si muoveva ritmicamente mentre parlava, si accorse di aver iniziato ad ansimare. Stella non amava i tatuaggi e Alex ne aveva davvero tanti, in particolare su un braccio che ne era totalmente ricoperto. Eppure su di lui non le dispiacevano. Il mix era ben riuscito. Lei si sorprese dei suoi pensieri, doveva essere diventata scema, pensò. Si alzò di scatto lasciando il poveretto con una frase a metà. Gli girò le spalle e andò via, un minuto prima era alla sua postazione. Era meglio produrre qualcosa, piuttosto che stare a farsi venire le carie ai denti con un playboy che sinceramente, non solo non se la sarebbe proprio filata, ma probabilmente le avrebbe fatto più male che bene. Il resto del turno fu un po' più faticoso. Sebbene San Francisco avesse turisti tutto l'anno, in primavera sembravano moltiplicarsi. Non erano lontani dalla baia. Quella era la sua baia dai colori caldi, la nebbia fitta e densa che avvolge i piloni del Golden Gate e cela soltanto la punta della Transamerica Pyramid. Doveva assolutamente tornare a riguardare la sua città con gli occhi di un turista. ...Si era di nuovo persa nei suoi pensieri. -Svegliati Stella!- si disse tra sé. Forse era il caso di concentrarsi, visto che aveva già scambiato un hamburger per un toast. Nel frattempo le cose si complicarono perché gli misero Alex vicino e lui la distraeva. Sebbene fossero entrambi molto concentrati, e c'era veramente poco spazio per altro, ogni tanto i loro sguardi s'incrociavano, tra un pomodoro e un cetriolo e il suo viaggio ripartiva...ah se ripartiva!! - Dio quanto sei scema! Ma si può? - Iniziò a parlare da sola e non si era resa conto di aver lasciato il microfono della cuffia acceso, pertanto Catherine che si trovava alla postazione Drive thru iniziò a mandarle dei cicalini, questo la distrasse e, pensando che lei volesse qualcosa, si allontanò dalla postazione e inceppò il meccanismo. Andò in tilt. In un attimo bruciò gli hamburger, fece cadere la salsa e, inciampando, cadde addosso ad Alex. Trascorse un tempo che le sembrò un'eternità, lui la tenne stretta per non farla cadere e lei si abbandonò nelle sue braccia. Inspirò il suo profumo, sapeva di buono, le sue braccia erano forti, come le immaginava, la sua pelle era morbida e vide un particolare di un tatuaggio che aveva all'interno dell'avambraccio. Sarebbe rimasta lì per ore. Si rese invece conto della situazione ridicola in cui si trovava, i colleghi li guardavano ridacchiando e soprattutto capì di quello che aveva combinato. Alex la guardava negli occhi, anche lui si era distratto nel frattempo, e rischiavano davvero di dover buttare tutto. Ripresero il lavoro. A fine turno prese una lavata di testa dal Manager Donovan, da quando era lì non le era mai successo e la prese malissimo. Uscita alle esterno trovò Patty che l'aspettava. Erano d'accordo di andare in un vicino centro commerciale, cenare al volo insieme e visitare un paio di negozi che avevano in mente, ma l'amica le teneva il muso. Aveva preso non si sa come una sbandata per Alex e l'accusò di filare con lui e di non averglielo detto. - Senti, frena perché non è così - le disse. - Alex non è tipo né per me, né per te. E' meglio tenerlo a distanza - . Certo lo ripeteva anche a sé stessa, perché si doveva convincere che era così. Rientrando a casa ripensò all'intenso pomeriggio, era stanchissima, in preda a sentimenti contrastanti e tesa come una corda. Si mise in pigiama e, nonostante la stanchezza, ingurgitò un tazzone di caffè con l'intenzione di tirare tardi sui libri. L'esame si avvicinava e non era uno scherzo. Non poteva permettersi ritardi. La zia Allie era stata fin troppo generosa con lei, le aveva pagato la metà del suo percorso universitario, ma l'altra metà spettava a lei e il conto saliva sempre più. Ovviamente ciò che guadagnava al fast food bastava a malapena per una parte, per il resto chiese un prestito d'onore, per coprire la differenza che mancava, e sperava di terminare quanto prima e iniziare a guadagnare veramente per ripagare il debito, prima che l'ammontare degli interessi diventasse insostenibile. Si addormentò sul libro in una posizione scomoda. La mattina dopo si svegliò col torcicollo e di cattivo umore. Decise pertanto che, vista la situazione, probabilmente le avrebbe fatto bene svagarsi un poco. In effetti non aveva mai un momento libero, s'imponeva una disciplina tra il militaresco e l'ascetico, in pratica era sepolta viva in casa quando non lavorava. E adesso, fortunatamente, non aveva i tirocini che l'avrebbero costretta ad un vero gioco di incastri di orari. Decise di vestirsi e uscire. Avrebbe impiegato una delle sue due giornate libere nel suo proposito di - fare la turista nella sua città - e non vedeva l'ora! Comprò un biglietto giornaliero per i mezzi pubblici e salì sul primo autobus alla volta di Fisherman's Warf. Voleva salire su una Cable car e fare un giro panoramico, salire i pendii della città e ammirare dall'alto la meraviglia della natura in cui si trovava immersa. San Francisco non aveva uguali al mondo! Decise di scendere a Russian Hills e ammirare lo zig zag delle strade che si tuffavano nell'oceano, fermandosi per una pausa pranzo con un gelato. Riprese poi alla volta di Chinatown, ma fece solo un breve giro. Cercò per la zia un particolare unguento per la pelle delle mani che riteneva miracoloso, ma che si vendeva solo in una particolare bottega in quel quartiere. L'avrebbe fatta di certo felice. Risalì ancora e arrivò a Union square. Fu accecata dal sole, la giornata era meravigliosa e decise di bighellonare per i negozi, molti certo inarrivabili, ma comunque ne valeva la pena. Ad un tratto si fermò, non vedeva bene a causa del sole, ma le sembrò davvero di scorgere Alex che usciva da una boutique di Hermes con varie buste, segno di un abbondante e dispendioso shopping, per poi entrare su una macchina sportiva parcheggiata con una persona alla guida e in attesa proprio nei pressi del negozio. Si sentì davvero stupida, di certo non poteva essere Alex. Un ragazzo disoccupato in un fast food non poteva certo permettersi abiti di Hermes! –Inizio a vederlo dappertutto- e in effetti quel ragazzo molto bello e sofisticato gli somigliava parecchio. Il punto, però, era che neanche la sua passeggiata e il suo desiderio di evasione erano serviti allo scopo di cancellarlo dalla sua mente per qualche ora. Dopo aver visitato i suoi negozi preferiti, si riavviò verso casa. Per fortuna grazie ad una leggera sciarpina che aveva indossato per tutto il giorno e alle tensioni sciolte per via della passeggiata, il collo non le faceva più male e decise, al rientro di rimettersi sui libri ed ebbe più fortuna. La zia era uscita e si mise comoda in cucina, dove mangiò qualcosa di veloce e si immerse. Come spesso accadeva, studiando, perdeva la cognizione del tempo. Arrivò oltre la mezzanotte. Sua zia la trovò che ripeteva e faceva schemi. - Sei ancora qui? - le disse - non ti sei stancata oggi in giro tutto il giorno? - . Si fecero una tisana e chiacchierarono un pochino. Le raccontò la sua serata tra uno sbadiglio e l'altro. Risero di gusto per alcune battute e andarono a letto. L'indomani era di nuovo libera e ne approfittò per studiare tutto il giorno. Si mise sul terrazzo retrostante, c'era un tiepido sole e si stava davvero bene. Dietro la loro casa insisteva l'uscio dei loro affittuari con una piccola porzione di giardino. Si trattava di due programmatori presso aziende collegate con i grandi nomi situati nella vicina Silicon Valley. Spesso si fermavano a chiacchierare insieme e, ogni tanto, salivano a prendere il caffè quando la zia Allie sfornava dolci da svenimento che attiravano tutto il quartiere. Talvolta invece erano loro due a scendere, soprattutto se c'era l'opportunità di fare un barbecue. Finì presto e decise di fare un po' di moto. Ultimamente dedicava poco tempo all'attività fisica. Indossò quindi un completo sportivo e, infilate le sue scarpe sportive più comode, iniziò una veloce passeggiata nel quartiere. Decise poi di andare a letto presto, il giorno dopo era in turno di apertura e dunque voleva arrivare riposata. Fino all'esame sarebbe stata lunga! Prevedeva nottate sui libri e si andava incontro al weekend in cui il da fare aumentava in modo significativo. L'indomani mattina arrivò a lavoro un po' in anticipo, trovò già tre suoi colleghi tra cui Alex. Vederlo la fece trasalire –eppure era normale potesse esserci, perché tanta sorpresa? - si disse tra sé. Bevevano un caffè e le chiesero di unirsi a loro. Robert e Tom subito si avviarono dove erano stati collocati, l'uno alla cassa e l'altro a programmare le friggitrici, lei restò con Alex. Si sentiva una liceale alla prima cotta e questo non riusciva a perdonarselo. Aveva la lingua incollata, riuscì solo a dire che il caffè era buono e a pensare che si fosse bevuta il cervello insieme a quel caffè. Alex le sorrideva e la guardava, le chiese gentilmente cosa avesse fatto nei giorni precedenti, sottolineando che a lavoro era stato un inferno. Il capo aveva fatto una ramanzina pure a lui e, dunque, era stato sotto osservazione. Sapere questo le dispiacque moltissimo. In fondo era colpa sua e della sua stupidità se ciò era accaduto, invece il lavoro era una cosa seria! - Mi dispiace tanto, Alex. Mi sento responsabile, in fondo ho combinato io il casino, tu mi hai solo aiutato. Scusami - Lui la guardò teneramente e le accennò una carezza sul viso, le disse di non preoccuparsi, che non era successo niente. Sentire il suo tocco fu come una scossa. Si doveva in effetti svegliare perché non andava affatto bene così. Alex si spostò e avviò verso la sua postazione, dietro di lui vide Patty in arrivo che, ovviamente, aveva di nuovo frainteso tutto. La salutò a mezza bocca e si mise subito alla sua postazione, consultando il tabulato di riferimento. Era ora di aprire ormai, e Stella e tutti gli altri fecero lo stesso. Non riuscì a parlare con Patty fino alla pausa pranzo e anche in quel frangente lei non volle sentirla. Prese un panino e se ne andò fuori. Ci restò male, non aveva fatto niente per meritare questo comportamento da parte della sua amica. Doveva assolutamente chiarire questo con lei. Alla fine del turno, il pomeriggio, rincorse Patty nel parcheggio. - Perché ti stai comportando in questo modo? - le chiese in modo diretto, piantandosi davanti a lei. - Se è per Alex ti sbagli di grosso - . Lei la spostò diretta verso la sua macchina, non aveva intenzione di perdere tempo. Poi si girò e le disse - non è per Alex, ma tu non sei sincera e questo mi dispiace - . Non capiva. - In cosa non sarei sincera? - Le rispose - tu continui a negare l'evidenza, ma lui ti piace un sacco e secondo me lui contraccambia - . Non capiva il problema. - Non ho mai detto che non mi piace, è un bellissimo ragazzo, piacerebbe a 90 donne su 100 e probabilmente sono nelle 90, ma io non lo sto incoraggiando, né lo sto cercando, semplicemente mi voglio tenere alla larga. - Non aveva mai lontanamente preso in considerazione che lui potesse interessarsi a lei. Certo era carina tutto sommato, ma si conciava come un metalmeccanico a lavoro e non poteva dirsi di certo attraente! - Mi dispiace che tu ce l'abbia con me, mi dispiace l'idea che tu possa mettere da parte la nostra amicizia per una cosa del genere! - Lei le rispose - bene, se a te non interessa, lui interessa a me e quindi sei pregata di stargli alla larga! - Stella era semplicemente senza parole. Si girò e andò via, un comportamento del genere non meritava nemmeno una risposta. Prese la bicicletta e corse via. Non capiva. Lei non si sarebbe mai comportata così. Sentì ad un certo punto un clacson, capì in ritardo che quella macchina ce l'aveva proprio con lei. Si fermò, anche se non sapeva se doveva farlo. Era un pick up malandato e da lì scese Alex. - Ho cercato di chiamarti, ma sei andata via come una furia - . Aveva in mano il suo cellulare, lei non si era accorta di non averlo. - Oddio, grazie, mi dispiace tu sia dovuto arrivare fino a qui - . - Sei veloce in bicicletta - le disse sorridendo. Si avvicinò, ma lei si allontanò bruscamente e, balbettando un - devo andare - corse via. Rincasò a razzo. Era grondante di sudore per la corsa fatta, in particolare nell'ultimo tratto, in cui aveva cercato di mettere una distanza la più grande possibile tra lei e Alex. Quel ragazzo le faceva un effetto che nessun altro uomo aveva avuto su di lei. Diventava impacciata e questo non le piaceva, in generale non le piaceva alcuna situazione di cui non aveva il controllo e questa purtroppo era in cima alla lista. Doveva risolvere questo problema, in cuor suo sperò che trovasse lavoro e se ne andasse altrove e di non avere più sue notizie. Non era a caccia di avventure, men che meno nel lavoro, non ne aveva il tempo. Visto che aveva tutto il pomeriggio e la serata davanti a sé, si preparò un toast e un succo d'arancia e si buttò a capofitto sul tomo finemente illustrato in cui c'era così tanto da memorizzare che credeva ciò le avrebbe impegnato l'intera vita. Invece aveva tempo solo fino al successivo venerdì, cioè una settimana e, soprattutto, senza possibilità di fallimento! Tornare indietro sarebbe stato un grosso problema, sia economico che logistico, in quanto questo sarebbe stato l'ultimo esame importante del suo terzo anno di studi. Aprì la posta elettronica e trovò la comunicazione che attendeva con terrore, cioè la ripresa delle attività di tirocinio. Questo l'avrebbe costretta a ricominciare a correre avanti e indietro, mezza giornata da una parte e mezza da un'altra. Sabato aveva un turno spezzato e, dunque, optò per portarsi dietro i libri e andarsene a studiare in un caffè nei pressi del locale, anche per cambiare aria. La mattina successe di tutto. Le persone arrivavano a frotte. Per quanto avessero saputo di una manifestazione su un personaggio dei fumetti che si sarebbe tenuta nello spazio dell'Oracle Stadium, in verità non ne avevano capito la reale dimensione. C'era una processione di persone all'esterno e molte entravano, chi per un gelato, chi per mangiare, chi per un semplice caffè o una bibita. Si trovarono sottodimensionati e ci furono momenti difficili. Inoltre Alex si tagliò ad una mano con un coltello. Sbiancò in un attimo a causa del sangue che usciva copiosamente, lei era di spalle. Non aveva visto nulla ed era concentrata tra il video degli ordini e l'auricolare. La chiamarono immediatamente. Era il Manager Trevor - Stella, Alex ha una brutta ferita alla mano. Se puoi guardarlo un attimo tu per valutare la gravità, altrimenti devo chiamare l'ambulanza, non ho alternative in questo momento - . Lei annuì e seguì la sua collega Carmen nel retro dove Alex era seduto con la mano fasciata in una benda inzuppata di sangue e una smorfia di dolore sul viso. - Tu saresti il medico? - la guardò sconvolto! - Non sono ancora un medico, magari! - Il taglio era brutto e profondo, ma non abbastanza da aver reciso vasi sanguigni importanti, pertanto poteva procedere anche da sola. - Sei fortunato perché abbiamo un piccolo kit per il pronto soccorso e l'anestetico. Ho eseguito questa manovra tante volte, puoi stare tranquillo. Se per te va bene posso suturare io. Ti fidi? - . Lo guardò con aria innocente e professionale, come quando si trovava in ospedale. Lui era sbigottito, a parte che probabilmente aveva parecchio dolore, ma non riusciva a ricollocarla in quel nuovo ruolo. - Va bene, grazie - le disse soltanto. Lo disinfettò accuratamente, ma prima gli inoculò dell'anestetico in modo che non avesse dolore localmente e cercò di suturare con il materiale che aveva con sé. Alex aveva delle bellissime mani curate, morbidissime, ma callose sui palmi. Era una strana combinazione, probabilmente frequentava la palestra senza guanti protettivi. I suoi muscoli da qualche parte dovevano pur arrivare. Gli fasciò la mano e gli consigliò di tornare a casa. Non ne volle sapere e fece a cambio con Robert alla cassa. In effetti era un brutto momento per allontanarsi, la loro assenza aveva creato il panico nelle retrovie. Stella prese il posto di Alex che era al taglio verdure, mentre la sua postazione della preparazione ordini al banco, che restò scoperta, fu occupata da Robert. In quella situazione non se la sentiva neanche di andare in pausa pranzo, ma venne obbligata, pertanto si avviò verso l'uscita più in fretta che poté, con in testa il proposito di andare a studiare al caffè di fronte. Aveva due ore e doveva farle fruttare. Ordinò una insalata con crostini, come piaceva a lei, pollo grigliato e succo d'arancia. Tra un boccone e l'altro s'immerse nello studio. Non si accorse che Alex l'aveva seguita nel locale ed era piantato davanti a lei. Tossì per attirare la sua attenzione. Stella lo guardò come se fosse un ufo atterrato davanti al piazzale. Cosa ci faceva lui lì adesso? Rischiava di scombinare tutti i suoi programmi, lei aveva i minuti contati. - Posso sedermi? - le chiese. –Alexander Pearson adesso che cosa vuoi?- pensò tra sé. - Certo - gli rispose con un sorriso. - Ti sono veramente molto grato, credimi - . Sembrava imbarazzato, poi invece si rilassò. - Sai, talvolta ho come l'impressione che tu cerchi di evitarmi, anche se non ne capisco la ragione - . –E te la spiego io la ragione, Alexander Pearson. Vorrei scappare su un'isola deserta con te e non tornare più alla civiltà, ma poiché ciò non è possibile, causa probabile delusione dietro l'angolo, mi faccio i fatti miei- ecco avrebbe dovuto proprio dirglielo. Invece si limitò a sorridere e dire - no, ma che dici, cosa te lo fa pensare? - Lui la studiò per un attimo, poi abbassò lo sguardo e le chiese con un sorriso sornione - posso mangiare anche io qui con te? - Questa era una tragedia! Intanto punto primo non avrebbe potuto studiare; punto secondo la presenza ravvicinata di Alex indeboliva il suo proposito di tenerlo a distanza. Era come guardare un pasticcino ed essere nel contempo a dieta ferrea per un diabete. Cosa poteva dirgli? –No, vai lì c'è un posto libero? - La risposta era scontata. Pertanto lui ordinò il suo pranzo e lei non riuscì a studiare. Dopo poco la sua resistenza si sciolse e trascorsero quel tempo che gli era dato in compagnia raccontandosi un po' di loro. Quindici minuti prima di rientrare al fast food si avviarono. Rientrando trovarono ancora più persone in coda, sembrava di tuffarsi in una mischia. |
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