Guerra fredda, amore caldo
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L'amore era più imprevedibile della guerra e Cupido era il miglior cecchino del mondo. Alvaro Terzetti fu costretto ad ammetterlo e alzare la bandiera bianca non appena il dardo invisibile gli trafisse il cuore senza insanguinare l'immacolata uniforme da tenente di Vascello delle Regia Marina Italiana. Una freccia di fuoco che accese in breve un incendio: la sua natura romantica e credente nel vero amore fu come la paglia cui la scintilla appiccò le fiamme. L'amore non aveva logica, non conosceva né tattica né strategia. E ciò che aveva cercato per anni da marinaio, novello Ulisse per i porti del mondo sotto cieli lontani ed esotici alla ricerca dell'unica anima gemella nelle sembianze di volti di ogni etnia e colore, si trovava ora davanti a lui nell'ultimo luogo immaginabile. Non c'era niente di romantico nell'ufficio del Servizio Informazioni Tedesco con il ritratto del Kaiser con l'elmetto col chiodo che sembrava guardarli dalla parete, e neppure nel capitano Mikkelsen della Kriegsmarine, e meno che meno nell'uomo in borghese dal cipiglio severo che si era presentato come Rauschnitz. Accento non danese, inglese pronunciato alla bavarese. Hochdeutsch. Altotedesco. Atteggiamento prussiano da far impallidire l'anima di Bismarck. Chi sembrava illuminare quel grigiore era una giovane segretaria dall'aria da educanda che sembrava tutt'uno con il computer, quasi le dita fossero state incollate alla tastiera. Una bellezza invisibile. A tutti fuorché a lui. Colpito e affondato. Era lì da pochi minuti e già si sentiva sprofondare in un mare fatto di fiori multicolori, annegare in un elisir d'amore, e vivere, rivivere, volare. Forse perché fuori da quell'ufficio piazzato quasi per sbaglio al primo piano della Rathaus di Odense, la città che aveva dato i natali a Christian Andersen sembrava circondare di poesia il capoluogo della provincia più settentrionale e periferica dell'Impero Tedesco. Alvaro cercò di ricomporsi ricordando perché si trovava lì. – Cognome – chiese il bavarese. Alvaro lo scandì, mentre la fanciulla batteva i tasti. Lo sguardo gelido di Rauschitz non lo intimidì e Alvaro cominciò a fissarlo negli occhi. Un duello tra due contendenti, divisa contro burocrazia, Italia contro Germania. Tutti al servizio della stessa causa, ma ciascuno nel proprio ambito. – Nome. Risposta, ticchettio. Rauschitz abbassò gli occhi. Piccola vittoria. Nessuno ad applaudire. Credette, ma solo per pochi secondi: due occhi dello stesso colore del cielo sembrarono guardarlo, timidamente e di sfuggita. Una calamita che lo constinse a osservare quel volto tanto bello che neppure la pettinatura degna dell'Esercito della Salvezza riusciva a turbarne lo splendore. – Grado – proseguì il bavarese con quel tono che sembrava interrogare, più che chiedere. Chissà come si chiama questa rosa del nord, pensò Terzetti mentre seguiva i movimenti delle dita di lei sui tasti del computer, con la stessa armonia con cui si suonava un pianoforte. – Data di nascita – proseguì l'inquisitore del Kaiser nel suo inglese roco. Alvaro udì un immaginario Chiaro di Luna di Beethoven nell'aria. L'esecutrice era la segretaria senza nome. – Fräulein Jacobsen – la redarguì il burocrate. – In Italia le date si scrivono differentemente che non nel Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda: prima il giorno e poi il mese. Che essere spregevole, pensò Terzetti. Poteva rimproverarla in tedesco e invece l'ha voluta umiliare in modo che io capissi. Enfatizzando il nome ufficiale della potenza alleata come se questa poveretta fosse un'ignorante. I duelli erano tornati legali e lui ebbe voglia di sfidarlo. Tutto sommato era un vittoriano all'italiana. Per chi? Per un'insipida segretaria danese? Lo perdonò per avergli se non altro svelato il cognome di quella meraviglia non ancora sbocciata. Cosa sarebbe servito, poi? Signorina Jacobsen, posso invitarla in un ristorante? Non erano nell'Italia del romanticismo tollerato a denti stretti, ma nella fredda Danimarca bigotta schiacciata tra l'Inghilterra eternamente vittoriana e la disciplina tedesca dell'imperativo categorico di Emanuele Kant. La signorina Jacobsen mascherò la mortificazione inferitale con stoico orgoglio. Una donna virtuosa che un giorno sarebbe divenuta un'austera casalinga. Fräulein, signorina. Quanti anni aveva? Ventidue o ventitré al massimo. Un anno ancora e i suoi genitori avrebbero pianificato un matrimonio e quel fiore sarebbe divenuto un'autentica Hausfrau. Con tutta probabilità sarebbe appassita presto all'ombra di qualche uomo che si sarebbe prodigato in tutto per lei, fuorché amarla. Non avrebbe più avuto bisogno di lavorare perché il marito l'avrebbe mantenuta. Buon per lei, sotto un certo aspetto; libera delle mortificazioni di Rauschnitz. I matrimoni erano come le lotterie. Qualche fortunata coppia viveva in armonia. Per chi credeva nell'amore ci sarebbe stato una vita felice. Ma dimostrazioni d'affetto come baci e carezze non sarebbero mai state esibite se non nella vita privata. Così andavano le cose nel mondo moderno da almeno cento anni. Ma Alvaro nell'amore ci credeva. E doveva ammettere che il Romanticismo era nato in Germania, anche se trovava difficile associare la moderna Germania tutta marce, disciplina ed elmetti a punta con personalità come Goethe e Beethoven. E anche lui, figlio di un paese che aveva dato i natali a gente come Petrarca, vedeva belle donne del suo paese diventare madri di un esercito di figli, relegate in cucina e ingrassare, come le tedesche. Stereotipi e miti, come le inglesi, che invece dimagrivano diventando angolosi spaventapasseri. E chi citava termini come ”amore” e ”sentimento” veniva deriso e canzonato come uno che vivesse nel passato. Ma perché anziché concentrarsi sulla sua missione stava fantasticando? L'amore non esisteva, e quello a prima vista men che meno. Favole scritte da gente che non aveva i piedi per terra, oppure amava soffrire. La storia del Giovane Werther e i suoi dolori narrati in forma epistolare era finita male, come nelle lettere di Jacopo Ortis. Gli occhi della signorina Jacobsen lo sbirciarono di sfuggita. Terzetti recitò nella sua mente un passo: Amor ch'a null'a amato amar perdona. Ricordò le parole del sommo poeta Dante e la condanna all'inferno di Paolo e Francesca, che avevano osato amarsi. Messer Alighieri, pensò, proprio voi che piazzaste la vostra Beatrice in Paradiso. La voce di Rauschnitz interruppe i suoi pensieri – Tenente Terzetti. Siete ora negli archivi del nostro controspionaggio. Abbiate la compiacenza di consegnare la chiavetta con le informazioni. Guardò di sottecchi la propria immagine riflessa sui vetri della finestra alla sua destra nella candida uniforme, ufficiale e gentiluomo di bell'aspetto, sperando di aver fatto colpo sulla signorina Jacobsen come orgoglioso marinaio d'Italia. Solo Rauschnitz e Mikkelsen sapevano della sua doppia attività. E la segretaria, naturalmente. Non si era mai vergognato di essere un agente segreto. Ma ora temeva che agli occhi della signorina Jacobsen il concetto di ”spia” non lo glorificasse troppo. Scacciò il pensiero. Anche lei faceva parte del gioco come lui e gli altri due. In quell'ufficio si stava combattendo una battaglia. Dietro la facciata di caccia a reazione carichi di bombe e missili parcheggiati sulla portaerei Alfonso Lamarmora, ancorata al porto, la vera arma segreta era lui, un metro e ottanta di tenentino trentenne, stereotipo mediterraneo, figlio di Venezia dalla notte dei tempi. Finalmente, la segretaria aprì bocca leggendo ad alta voce quanto scritto sul documento inserito nella chiavetta usb. Una bella voce scandì, in un inglese perfetto: – Rapporto 23 gennaio 2019, ore ventitré e dodici minuti. Base di Latakia, provincia ottomana di Siria. Osservazione binocolo infrarossi. Terzo carico di Giannizzeri del Mare su aerei trasporto Antonov russi. Destinazione ignota. Al momento circa mille uomini. Fece una pausa, serrò le belle labbra prive di rossetto che potevano invitare un bacio e proseguì. – Rapporto 24 marzo 2019, ore una e tre minuti. Il ponte aereo continua. Circa tremila uomini. Devo interrompere la missione per non rischiare di essere scoperto. Una ronda si sta avvicinando. Sembrò leggerle nel volto la preoccupazione. O volle crederlo. Ma cosa si stava mettendo in testa? Lui era soltanto un dossier come tanti altri. Seguitò nuovamente. Ad Alvaro sembrò che il tono fosse quello di una che stesse leggendo un romanzo spionistico ad alta voce. – Rapporto 24 marzo, ore una e trentaquattro minuti. Chiudo il computer e mi accingo a immergermi.
Paolo Ninzatti
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