Eredità d'amore.
Le luci illuminarono le folte ciglia scure aggrottate di Kamraan e, sebbene il suo sguardo mostrasse la calma di un vecchio, il volto lasciava trapelare tutta la sua perplessità. Aveva un'aria altezzosa e riservata, che ricordava un barboncino di razza pura. Magari era uno di quegli uomini che abitavano in case lussuose, tutti ingobbiti, con i denti sbreccati e ingialliti, e una scorta di borse dell'acqua calda. Forse collezionava funghi caterpillar e minuscoli vasetti contenenti lana raccolta dall'ombelico. Meara serrò le labbra per trattenere una risatina isterica. Quando lui fece un passo verso di lei, la voglia di ridere le morì in gola. E quando lo vide avvicinarsi ancora, indietreggiò barcollando. Si accorse anche dei suoi muscoli che si contraevano sotto al morbido pigiama blu scuro. Deglutì con il cuore che le batteva più forte che mai. “Mi sa che passeranno un bel po' di anni prima che questo strafigo diventi gobbo e con i denti gialli” pensò. Sì, al momento era un bel pezzo d'uomo... o meglio, un bel pezzo d'uomo molto arrabbiato e pronto a sbatterle la porta in faccia. Continuando a guardarlo fisso negli occhi, si scostò a sinistra e lo superò lentamente, addentandosi nella stanza. Scoprì che era una cucina, un lussuoso open space grigio tortora e verde salvia, con un'enorme tavola da pranzo, delle sedie rivestite in cuoio con la spalliera alta, degli sgabelli attorno a un'isola di granito e un pavimento di marmo italiano lucido. Inoltre, numerosi vasi di piante, sparsi nella sala, s'integravano alla perfezione al sorprendente panorama che si vedeva dalle pareti. «Fuori!» Meara sobbalzò alla severità di quel comando arrivato come una frustata. Guardò la bocca di Kamraan, ora serrata in una linea sottile, e d'istinto anche lei fece altrettanto. Lui socchiuse gli occhi nel vedere che la ragazza ignorava il suo ordine e rimaneva immobile. Nella stanza qualcuno iniziò a suonare una melodia ossessiva e spaventosa al piano. Meara si guardò intorno e in fondo alla cucina vide un pianoforte a coda di fronte al camino scoppiettante. I tasti si muovevano da soli come premuti da dita invisibili. «Fuori!!» ripeté Kamraan in tono più feroce, fissandola come fosse un topo pieno di pulci. Meara si sentiva la gola secca e incrociò le mani per impedire alle dita di tremare. Un attimo dopo, alzò il mento e sussurrò: «Non senza Bree.» La scia calda le si avvolse di nuovo attorno alla vita e la sbatté contro la parete. Poi la sollevò più in alto facendola penzolare a qualche metro da terra. Un bambino sarebbe rimasto sbalordito di fronte a quello spettacolo. Lei, invece, tremava di terrore. Voleva credere che fosse tutto finto... impossibile... magari un sogno assurdo. Ma nelle ultime ventiquattr'ore qualcosa era cambiato e l'avevano scaraventata in un mondo incredibile e surreale. Lui si appoggiò al lungo tavolo di legno. «Arrenditi.» «Mai» rispose lei, serrando i pugni tremanti. «Vuoi che ripeta quello che ho già fatto?» Meara si voltò di lato, rifiutandosi di rispondere. Gli occhiali le scivolarono dal naso e caddero. La scia d'aria mollò la presa ma stavolta Meara atterrò più delicatamente. Si lanciò a recuperare gli occhiali ma questi scivolarono via. Lei li rincorse mentre volavano da Kamraan, che li afferrò con l'enorme mano scura. «I tuoi occhi. Guardami» le ordinò, inclinando il capo. Lei abbassò le ciglia. «Dov'è Bree?» Lui si avvicinò di un passo. «Sono bianchissimi. Non hai pupille, né iridi?» Le venne il voltastomaco per l'umiliazione. Si sentiva messa a nudo, con tutti i suoi difetti svelati al mondo, come punti di sutura che saltavano lasciando una ferita aperta. Gli occhi di quell'uomo su di lei erano aghi sulla pelle che la analizzavano come una cavia da laboratorio. Meara si guardò disperatamente intorno in cerca di un modo per distrarlo, mentre il suo cuore implorava che la terra si aprisse e la risucchiasse. «Ciao.» Una ragazza, forse più grande di lei di qualche anno, scese leggiadra giù per una scala a chiocciola. Aveva il volto scuro dai lineamenti delicati, ossa esili, naso affilato e una bocca carnosa. Indossava una sottoveste di seta rosa con dei pantaloncini in tinta che ne risaltavano la figura snella. «E tu chi sei?» Meara la guardò, poi distolse subito lo sguardo. «Sono qui per Bree.» «Sta dormendo» spiegò la ragazza avvicinandosi. Soffocò uno sbadiglio con la mano dalle unghie verde brillante e la scrutò in volto. «I tuoi occhi... erano bianchi. E ora sono normali, con le iridi marroni dalle macchioline rosa dorate. Che bella che sei!» Meara trasalì come se l'avessero presa a schiaffi. «Oh, sono cambiati di nuovo» esclamò la ragazza, affascinata. Le sollevò il mento. «Castani, grigi, rosa chiaro che vorticano come un ciclone.» «Dov'è Bree?» La ragazza guardò verso l'alto. «Dorme. Non si è svegliata nemmeno quando l'abbiamo spostata.» Meara lanciò un'occhiata al telefono. Di lì a quattro ore, Bree si sarebbe svegliata e ritrovata in quella enorme casa sconosciuta. «Posso vederla?» «No» rispose Kamraan. Poi guardò la ragazza e la spedì di sopra con un cenno del capo. Lei mise il broncio e fece per andarsene. «E la prossima volta, Kusum, mettiti una vestaglia prima di scendere» la rimbrottò. Kusum gli rispose con una pernacchia. Meara capì che era sua sorella, non la sua fidanzata come aveva immaginato. Il rimprovero da parte di Kamraan e la reazione della ragazza erano stati una scena così familiare da non lasciare alcun dubbio. «E tu» continuò lui rivolgendosi a Meara. «Fuori. Immediatamente!» «No.» Lei scosse la testa. «Prima voglio...» La porta sul retro si spalancò e un colpo di vento la raggelò all'istante. Lui inclinò la testa, sollevò un angolo della bocca e senza tanti convenevoli la fece volare fuori su un cumulo di neve. Subito dopo atterrarono anche i suoi occhiali e lo zaino, e la porta si richiuse. «Pezzo di...» bofonchiò Meara, sputacchiando neve e rimettendosi gli occhiali. Si pulì i pantaloni, balzò in piedi e tentò di riaprire la porta che, però, era chiusa a chiave. «Non mi arrendo mica, sai?» gridò mentre bussava. Ora che non lo aveva di fronte si sentiva più coraggiosa. Alzò lo sguardo. Bree era al piano di sopra, glielo aveva lasciato intendere Kusum. Meara girò intorno alla villa, tentando di capire come entrare di nuovo. Sul davanti si ergeva un castagno, i cui rami si allungavano verso una delle finestre al secondo piano. Il guaio era che per arrivarci avrebbe dovuto tentare un salto. Anche se Kusum le aveva fatto una buona impressione, era pur sempre una perfetta estranea e Bree si sarebbe spaventata a morte svegliandosi in quel posto sconosciuto, senza nessuno dei suoi cari. Fissò di nuovo l'albero. Era rischioso ma non aveva altra scelta. “Ecco, vedi? Se fossi una perfetta ragazza di campagna, riuscirei a inerpicarmi su per gli alberi e le colline” pensò. “Invece, ho sempre preferito restarmene in casa a leggere, cucinare e giocare con fate immaginari, mentre i miei fratelli si scatenavano nei campi e rincasavano pieni di lividi e tagli spaventosi.” Un attimo dopo, ricomparve la foschia grigia. Le si avvolse attorno al collo come una sciarpa, facendole venire la pelle d'oca. «Salirò su quell'albero» le disse Meara. «E salterò sul cornicione per entrare dalla finestra.» La foschia le ronzò intorno, come in ansia, poi scappò via. Meara corse all'antico tronco, puntellò un piede e si issò fino a sfiorare con le dita il ramo più basso. “Oddio, funziona” si disse soddisfatta. Lo aveva visto fare ai suoi fratelli una volta e le era rimasto impresso. Poi afferrò il ramo e si tirò su. L'albero era robusto e i rami abbastanza spessi da sorreggerla e ben presto si trovò di fronte al davanzale della finestra. “Okay, ci siamo. Meglio non indugiare troppo e saltare.” E così saltò... e ci riuscì! Con dita tremanti, per il freddo e il timore, spinse la finestra che si aprì su cardini ben oliati. Si intrufolò dentro ritrovandosi in uno studio buio che sapeva di tabacco, whisky e libri vecchi. Accese la torcia del cellulare e trovò la porta. Uscì dalla stanza e imboccò un corridoio ricoperto da moquette beige chiaro e azzurro. Kusum aveva guardato proprio sopra la cucina, quindi la stanza di Bree doveva essere lì da qualche parte. Meara camminava in punta di piedi, sussultando a ogni asse del pavimento che scricchiolava più del dovuto. Trovò una porta in legno di sequoia. La stanza doveva essere quella. Si asciugò le mani sudate, afferrò la maniglia e la girò. Incenso. “Lui è qui.” L'aria si fece densa e le avvolse la bocca e la vita per poi sollevarla dalla porta e trascinarla di nuovo nello studio. Kamraan le apparve di fronte, lo sguardo incandescente e la pazienza agli sgoccioli. «Ne ho abbastanza di te» disse sottovoce. Si spalancò la finestra e Meara urlò, mentre veniva scaraventata giù dal secondo piano. Questa volta l'atterraggio fu tutto meno che delicato. La neve ne attutì la caduta, ma stavolta doveva essersi fatta senz'altro male. Le ci volle qualche attimo per riprendersi e le venne da piangere. La finestra dello studio si chiuse con un colpo forte nel silenzio a notte fonda. Meara riuscì ad alzarsi, stupita di non essersi slogata né rotta niente, e con una smorfia ribelle pensò: “Tanto non mi arrendo!” Sarebbe rientrata anche a costo di spaccarla, quella dannata finestra. S'incamminò di nuovo verso il castagno, quando un'ombra si stagliò dal ciglio del sentiero alberato e le sbarrò la strada. Era Kamraan. La luna allontanò le nuvole, facendo brillare di un argento inquietante la neve vicina ai loro piedi. Meara riusciva vedere i lineamenti ben definiti del suo viso, l'accenno di barba e gli occhi che brillavano al chiaro di luna. «Vattene.» Lei scosse la testa. «Se tratti così male me, figuriamoci cosa farai a mia sorella. Con te non è al sicuro.» La guardò divertito, alzò le braccia, schioccò le dita e una serie di ululati risuonarono così forte da costringerla a tapparsi le orecchie con le mani. Spalancò gli occhi terrorizzata e si guardò intorno per capire da dove provenissero quegli orribili latrati. Poi tra gli alberi apparvero dei cani da caccia. Strane creature grigie, simili a lupi, con occhi che ardevano di rabbia nella foschia. Ringhiavano sfoderando gengive rosse e zanne gialle e appuntite. «Sei vuoi salvarti la pelle, inizia a correre» l'avvisò lui con voce algida e in tono tanto bonario quanto odioso. E lei corse via, con quelle bestie alle calcagna che ululavano, abbaiavano e ringhiando. Il cancello si spalancò e lei si precipitò alla macchina. Non appena superò il cancello, i lupi si fermarono e si misero seduti a osservarla con occhi gialli e disgustosi. Meara salì e si allacciò la cintura con mani tremanti. Poi abbassò il finestrino, si affacciò e gridò loro in tono minaccioso: «Guardate che anch'io ce l'ho, un cane da caccia, eh. La prossima volta me lo porto dietro, così vi sbrana tutti quanti!»
Anya Wylde
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