Fuoco ed estasi - Prendimi (Vol. 2)
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Passo la notte a rigirarmi nel letto, penso e ripenso alle possibili soluzioni ma non ne trovo. Ma di una cosa sono sicura: Non posso fidarmi di loro. Devo riuscire ad accumulare prove contro il russo e devo riuscire a parlare con mia madre. Magari quello che ho sentito, era solo un artificio fatto con il computer. La mattina successiva appena mi siedo alla scrivania, mi schiarisco la voce, sollevo il braccio e faccio in modo d'avere il ciondolo all'altezza delle labbra. Probabilmente è inutile ma voglio che mi sentano bene: − Sono in ufficio... entro mezz'ora inizieranno ad arrivare i miei colleghi... Mi schiarisco la voce che improvvisamente è diventata più roca e continuo con il discorso che mi sono ripetuta milioni di volte: − Devo poter parlare con mia madre, devo essere sicura che stia bene. Aspetto, guardando il telefono sulla mia scrivania. − Aspetterò cinque minuti e poi chiamerò il suo cellulare e vorrei che fosse lei a rispondere. Abbasso il braccio e guardo trascorrere il tempo sull'orologio a muro, la lancetta dei secondi percorre la sua strada con una lentezza esasperante, quando finalmente compie il suo quinto giro. Driiin. Il telefono squilla un secondo prima che riesca a sollevare la cornetta. Driiin. La afferro e titubante me la porto all'orecchio. − Pronto? − Ciao “Kotik” La sua voce malvagia, il nomignolo che continua a usare rivolgendosi a me, tutto mi fa venire il voltastomaco. Per fortuna non ho fatto colazione, altrimenti la starei vomitando nel secchio della spazzatura. − Dov'è mia madre? − Sta arrivando Sara ma sappi che questa è l'ultima volta che esaudiamo una tua richiesta. Siamo noi quelli che danno gli ordini non tu. Se possibile la sua voce è ancora più glaciale, tremo per la paura che possa fare del male a mia madre. − Chiaro? − Sì. − Bene... la mammina è arrivata. Stringo più forte il ricevitore mentre aspetto che le passi il telefono. − Sara? La sua tenue voce mi raggiunge come una stilettata in pieno petto. − Mamma, come stai? Ti hanno fatto del male? − Sto bene... e per ora mi trattano rispettosamente... ma tu fai quello che ti dicono. Altrimenti... − Certo− affermo decisa. − Farò quello che vogliono ma come hai fatto a finire nelle loro mani? − Ero da amici e mi hanno rapito mentre stavo tornando in Italia. Un singhiozzo proveniente dall'altra parte della comunicazione mi fa stringere la gola in un nodo stretto. − Sara. Aiutami. Sento alcuni rumori di lotta e poi: − Bene “Kotik”, hai avuto la tua telefonata. − Quando la lascerete andare?− chiedo sull'orlo delle lacrime. − Quando avremo finito con te. − Ma io non so nulla− esclamo esasperata. − Non ti sottovalutare Sara, per noi sei preziosa, molto preziosa... quindi fai la brava bambina e la tua mammina starà benissimo, cerca di nuovo di ostacolarci come ieri sera e lei...− Un urlo, un urlo disperato poi sento mia madre che piange sommessamente. − Soffrirà− aggiunge maligno. Chiude la comunicazione mentre il mondo mi si stringe attorno, soffoco, i miei polmoni si rifiutano di funzionare, apro la bocca in cerca di ossigeno ma esce soltanto il lamento per la disperazione che mi distrugge l'anima. Le hanno fatto del male per colpa mia. Cerco di non pensare a quello che potrebbero averle fatto. Devo riuscire a strapparla dalle loro mani. Scrivo con rabbia tutto quello che mi hanno detto e tutto quello che hanno fatto. Li odio. La giornata trascorre velocemente ma è la notte che sembra infinita, il rimorso non mi fa dormire e rimango a fissare il soffitto per tutta il tempo, immaginando mia madre vittima di ogni possibile e atroce ritorsione. La mattina sono stanchissima e quando arrivo in ufficio e vedo sulla mia scrivania un pacchetto, sbatto gli occhi un paio di volte per essere sicura di vedere bene. Chi l'ha messo lì a quest'ora? Il pacchetto come la volta precedente è molto curato nei particolari. Tolgo la carta da regalo e apro la scatolina: una grossa ciocca di capelli e un biglietto scritto in rosso. “Primo pezzo” Tutto inizia a ondeggiare e sfuocarsi, le mie mani tremano e il pacchetto cade rovesciando il contenuto sulla scrivania. Mi accascio sulla sedia e guardo i suoi capelli sparsi sulla tastiera e sul mouse. Raccolgo la ciocca di capelli e mio malgrado noto la presenza di tutte le radici e anche qualche gocciolina di sangue. Quindi e questo ciò che le hanno fatto ieri mattina. L'urlo che ho sentito è stato causato da questo macabro souvenir che hanno così gentilmente voluto donarmi. Bastardi... sono delle bestie. Delle bestie assetate di sangue, ecco cosa sono ma me la pagheranno. Non so come ma riuscirò a fargliela pagare. Archivio tutto nel fascicolo e m'immergo nel lavoro, non posso, anzi non devo farmi sopraffare dalla paura, devo essere forte, devo reagire. I giorni si susseguono mentre il marcio della menzogna invade ogni mia azione, ogni mio pensiero, ogni mio respiro. Se prima non ero molto integrata nella ditta, la barriera della lingua mi ha un po' ostacolata, ora lo sono ancora meno, mi apparto ed evito tutti, anche i miei colleghi più cordiali... Alessandro è l'unico che frequento ma solo perché sono costretta. Ogni tanto viene a trovarmi e ceniamo assieme. Lui parla e mi racconta tutto quello che succede al lavoro, in casa e con gli amici. Non mi ero mai accorta di quanto parlasse, ma forse lo fa solo adesso, per riempire gli spazi che sarebbero miei se io riuscissi o potessi raccontare a mia volta. Mi sento come se stessi vivendo la mia vita da spettatrice, come se assistessi, comodamente seduta su una poltrona, a una tragedia. Una tragedia che è la mia vita attuale... La vita di qualcun altro. Una vita che non riconosco come mia. Gli unici momenti che mi sembra di tornare a vivere è quando mi telefona Cassandra, con lei torno me stessa... La Sara allegra e spensierata. Lo faccio per lei, per non farla preoccupare ma anche quella è solo una recita e quando ci salutiamo, piango senza rumore, senza singhiozzi per non farmi sentire da loro... Un'altra nottata in bianco, non so quanto tempo posso ancora andare avanti così, mi sto consumando, faccio fatica a mangiare, anzi in sostanza se potessi nutrirmi per endovena, sarei più felice, ingoio il cibo per forza solo perché altrimenti non starei in piedi. − Ciao “Kotik”. È metà mattina, quando rispondo al telefono, la sua voce maligna mi accende dentro un fuoco che fatico a dominare. Vorrei gettargli in faccia tutto il veleno e la rabbia che ho dentro... Invece: − Come sta mia madre? Sono tre settimane che non si fanno sentire, ho preso un milione di volte il telefono per chiamarli ma non l'ho fatto per paura di farli arrabbiare, sono arrivata in ufficio prestissimo nella speranza d'essere messa in contatto ma non mi hanno mai chiamato. − Per ora bene e se fai una cosina per me, presto ti lascerò parlare con lei. − No, non voglio parlarci, voglio che la lasciate andare− dico. La voce mi esce con un po' troppa enfasi e infatti lui si risente immediatamente: − Mi dispiace Sara ma non sei tu che detti le regole− intima con voce bassa e minacciosa. − Ti conviene fare la brava salvo che tu non abbia così nostalgia di lei che ne vuoi un altro pezzetto. Trattengo il respiro e mi mordo le labbra per non reagire, per non insultarlo. − È così “Kotik”?− domanda. − Vuoi un pezzo della tua mamma lì con te?− aggiunge ridendo con perfidia. − No− sussurro appena. − Bene. Allora fatti portare dal tuo ragazzo alla festa aziendale che si terra in casa del suo caporeparto. − Perché? − Devi piazzare una microspia nello studio− mi informa con voce fredda e professionale. − Che microspia?− chiedo sgomenta. − Te la farò consegnare entro stasera. − Non erano questi gli accordi... io dovevo solo far parlare Alessandro del suo lavoro. − Gli accordi sono appena cambiati. − No. Non me la sento. Non ci riuscirò mai. − Ti stai rifiutando Sara? Non riesco a rispondere il panico mi stringe la gola con le sue dita adunche. − Ti ho appena inviato una mail con un piccolo incentivo− mi informa gelido. − Aprila− ordina. Il suono di una mail in entrata mi spaventa così tanto che rischio di farmi cadere la cornetta dalle mani. È l'immagine di una donna nuda: solo il busto e solo la parte destra dalla spalla all'ombelico, un paio di minacciose forbici sono aperte attorno al capezzolo. Il viso della donna non si vede ma il neo poco sotto la clavicola non mi lascia alcun dubbio su chi sia. Mamma. − No ti prego... Lo farò. Non fatele del male. − Bene “Kotik”, mi fa piacere sentire che finalmente collabori e sono sicuro faccia piacere anche alla tua povera mamma. Chiude la conversazione mentre io continuo a guardare l'immagine sul computer. La studio, cerco di capire da dove è stata inviata, ma le tracce sono state abilmente camuffate. Scrivo tutto nel mio fascicolo e allego anche una copia della mail e della foto. Stamparla mi fa venire i brividi ma non posso lasciarla nel sistema e quindi sono costretta a mettere tutto su carta. Quando arrivo a casa, una busta imbottita spunta dalla mia cassetta delle lettere, la prendo e la metto in borsa senza neanche aprirla.
Cara Valli
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