Il giorno dei morti. Poveri sciocchi coloro che credono che la vita dopo la morte sia solo il perpetrarsi di una routine monotona e noiosa! Se pensate che la nostra esistenza da fantasmi sia vuota, costellata di giornate sempre uguali, costituita da un senso d' inquieta insoddisfazione, siete caduti in errore. Forse in parte è colpa mia. Io, Gustavo, il vostro affezionato custode del cimitero sul mare sono la prova tangibile che anche la vita di uno spettro può essere costellata di sorprendenti avventure. La prima volta che tu lettore leggesti le mie parole io ti scrissi che noi, anime defunte, saremmo state costrette a rimanere rinchiuse nel cimitero per l'eternità perché tra poche regole che la morte impone, una su tutte non può essere infranta: non possiamo abbandonare i nostri resti umani. Non esiste un contratto o un documento che sancisce questo regolamento ma è una cosa istintiva, innata, inconscia...un po' come respirare, nessuno ti dice come fare ma è un'azione naturale che nasce spontaneamente. La stessa cosa vale per noi fantasmi nei confronti delle nostre miserevoli spoglie mortali. Se noi proviamo ad allontanarci da esse, improvvisamente avvertiamo un forte sentimento di malessere, un panico incontenibile ci assale e la disperazione più nera ci affligge. Non avrei mai pensato che potesse esserci un modo per aggirare questa regola, eppure, esisteva un escamotage e lo scoprii presto a mie spese. Ora amico mio, ti racconterò tutto ciò che mi accadde ma ti prego di ascoltarmi con attenzione perché ti narrerò una delle storie più incredibili che tu abbia mai sentito. Voi viventi, nei trecentosessantacinque giorni dell'anno avete molte giornate speciali: il vostro compleanno, il Natale, la Pasqua, l'onomastico. Noi poveri defunti, al contrario, abbiamo una sola occasione per festeggiare in allegria e riunirci con i nostri amici e parenti: il 2 Novembre. Starai pensando che io stia esagerando perché in fondo almeno una volta alla settimana qualche familiare passa per il cimitero a lasciare un fiore o una preghiera per il caro estinto. Illuso! Le visite al campo santo sono sempre più rare e molti di noi non hanno parenti in vita che si ricordino di loro, pertanto, devi sapere che quando i vivi iniziano a dimenticarsi di noi, il nostro ectoplasma si indebolisce, perde parte della sua forza energetica e sbiadisce dei suoi colori diventando come una vecchia fotografia in bianco e nero ma, ad ogni modo, non mi perderò in inutili sproloqui pieni di sdegno. Il 2 Novembre è un giorno speciale perché tra i morti serpeggia una credenza in grado di donarci rinnovate speranze. Questo mito antichissimo dice che sarebbe l'unico momento dell'anno in cui noi spiriti possiamo far percepire fisicamente la nostra presenza ai viventi. Io personalmente non ho avevo mai testato questa teoria quindi non sapevo quanto questa leggenda fosse veritiera ma, maggior parte degli abitanti del cimitero, ci credeva ciecamente ed ogni anno si cimentavano nell'impresa di entrare in contatto con i loro cari. Osservare i loro sforzi mi ha sempre divertito molto. Il giorno dei morti è davvero una gran festa e dal momento in cui aprono i cancelli del cimitero, fino a sera inoltrata, vi è un gran via vai di persone. Lo spettacolo al quale ho assistito ogni anno è meraviglioso, carico di tenerezza e di infinito amore. Se solo i viventi potessero vedere ciò che i miei occhi hanno visto ogni Novembre ne sarebbero felicissimi e commossi. Proverò a descrivervi ciò che accadde durante un particolare giorno dei morti, forse il più speciale di cui io abbia memoria poiché fu il momento in cui la mia vita da spettro cambiò drasticamente. I viventi raggiunsero affranti e nostalgici le tombe dei loro cari defunti ignorando che questi, in realtà, erano proprio al loro fianco tentando in tutti i modi di farsi percepire, adoperandosi per toccarli e cercando disperatamente di abbracciarli. Gli spiriti per raggiungere il loro obiettivo attingevano a tutte le loro energie ectoplasmatiche ma, che io sappia, fu solo un gigantesco dispendio di energie senza alcun risultato. Potete dunque immaginare tutti questi fantasmi che nel tentativo di abbracciare energicamente i loro cari, finivano per attraversare i loro corpi mortali e spesso ruzzolavano goffamente per terra. Nonostante la mia naturale avversione verso il contatto fisico, rimasi colpito dalla tenacia dei miei amici fantasmi e mi commossi quando loro, stanchi di tentare l'impossibile, si limitavano ad appoggiare le loro braccia sui parenti simulando un tenero abbraccio. Tutti mi sembrarono felici. Io, che in vita come nella morte, sono sempre stato un tipo schivo e burbero, mi godevo lo spettacolo passando qua e là tra le lapidi con la mia ramazza. Spazzavo beatamente il viale quando il mio sguardo si posò casualmente su di un bambino dall'aspetto vivace, con la carnagione chiara, corti capelli biondi e grandi occhi azzurri. Il bimbo era il nipote del signor Rossi. Costui era stato in vita un umile carpentiere con un'esistenza ordinaria: si era sposato giovane con Clara ed avevano avuto un figlio che al contrario del padre, era notevolmente ambizioso e bramoso di avventure, motivo per il quale, dopo gli studi, egli partì ed andò in America alla ricerca di fortuna. Trovò quello che cercava e realizzò il suo sogno Americano. Anche se si stabilì in pianta stabile oltre oceano, il figlio del signor Rossi, non mancò mai di tornare una volta all'anno nella sua patria natia per far visita ai suoi genitori vivi o morti che fossero. Era proprio un figlio devoto. Il bambino, che continuavo ad osservare con viva preoccupazione, non capiva il raccoglimento dei genitori di fronte a quella lastra di marmo sulla quale era impressa la foto di un uomo che non aveva mai conosciuto così, inevitabilmente, iniziò a vagare per tutto il cimitero alla ricerca di stimoli interessanti. Io lo seguii come un'ombra silenziosa ed intuii che quel marmocchio tramava qualcosa, qualche marachella ai danni di noi poveri ed inermi fantasmi. Forse mi portai sfortuna da solo ma la mia previsione si rivelò corretta difatti, nel giro di un attimo, il piccolo delinquente si intrufolò nell'ossario che era anche l'unico luogo dal quale avrei voluto che restasse lontano poiché, al suo interno, vi erano custoditi i miei poveri resti o per lo meno, quel poco che ne rimaneva. Fui colto da un impeto di rabbia, come poteva quella curiosa creaturina violare il luogo del mio riposo eterno? Dovevo fermarlo ad ogni costo e, se era vera la leggenda del giorno dei morti, forse ci sarei riuscito concentrandomi e raccogliendo tutte le mie energie. Nella mia immaginazione avevo già realizzato il mio piano d'azione, decisi che lo avrei afferrato per un braccio e lo avrei scaraventato fuori dal mio sepolcro. L'intruso si sarebbe certamente spaventato e sarebbe corso via. Speravo ardentemente che la vicenda si sarebbe conclusa in questo modo ma sfortunatamente la storia prese una piega completamente differente. Povero me...il mio piano fu un fiasco colossale. Cercai di concentrare tutte le mie energie di spirito per fermare il giovane intruso ma le mie mani non avevano consistenza per cui attraversarono il piccolo braccio ogni qual volta tentavo di afferrarlo. Mi sbracciai all'impazzata tentando innumerevoli volte ma fu tutto inutile. Non solo il bambino riuscì a varcare la soglia dell'ossario ma commise anche un inqualificabile vilipendio di cadavere! Il marmocchio calpestò un mucchietto di polvere (che si dà il caso fosse ciò che ne restava delle mie spoglie) ed attirato da un suono simile ad uno scricchiolio, si chinò e trovò l'unico pezzo integro del mio corpo: una falange. Il bambino sgranò gli occhi con aria sorpresa e per un secondo credetti che si fosse impressionato alla vista del ridotto osso umano. Forse questo lo avrebbe intimidito, spaventato, inquietato e mi avrebbe lasciato in pace. No. Non accadde nulla di tutto ciò anzi, galvanizzato dalla sua scoperta, nascose l'osso nella tasca dei suoi pantaloni e si mise a saltellare carico di gioia. Le mie polveri si sparsero nell'aria ed in quel momento realizzai che del corpo sul quale avrei dovuto vegliare per l'eternità, era rimasto unicamente quel piccolo e prezioso frammento che il bimbo aveva nascosto nei suoi pantaloni come se fosse un tesoro raro. Maledizione! Ora sentivo di essere vincolato a quel dannato ragazzino e fui costretto a seguirlo ovunque andasse. Ammetto che in un primo momento provai a resistere al richiamo del mio osso ma fu la cosa peggiore che potessi fare. Stetti malissimo e mi contorsi in preda a degli spasmi irrefrenabili, come se tutto il male del mondo fosse improvvisamente piombato su di me. Non avevo scelta, l'unico modo per fermare quel terribile tormento era quello di riavvicinarmi ai miei resti e a quella “scimmietta ladrona” che li aveva sottratti dall'unico luogo nel quale dovevano rimanere sepolti per l'eternità. Il bambino fece ritorno dai suoi genitori (ed io con lui) e fu in quell'occasione che scoprii che si chiamava Roger. I miei amici fantasmi rimasero esterrefatti vedendomi pedinare il bimbo e non capivano cosa stesse succedendo ma neppure furono così arditi da venirmelo a chiedere. Chissà quanti strani pensieri saranno passati per le loro evanescenti testoline, probabilmente, tra di loro si saranno detti che l'integerrimo custode fosse improvvisamente impazzito. Posso solo immaginare il loro immenso stupore quando mi videro varcare la soglia del cimitero al seguito di una famiglia di viventi.
Elena Piccardo
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